Tocca fagglielo ???

ragazzo tunnelA signò, tocca fagglielo! L’espressione è del mio pescivendolo. Mentre mi incartava tre filetti di cernia  mi raccontava che, per il suo quindicesimo compleanno, il nipote non desiderava null’altro che passare dall’iPhone 4 all’iPhone 5.
Non ho potuto fare a meno di pensare ai miei figli. Al mio primogenito lo smartphone è arrivato a 16 anni. Da genitori, mio marito ed io, di battaglie ne abbiamo combattute diverse. Ma quella che da allora è iniziata è senza dubbio la più impegnativa. Per game boy, playstation e cellulari è stata dura ritardare l’acquisto e moderarne l’uso, ma non impossibile. Con quest’aggeggio siamo di fronte a qualcosa di diverso. Come cavallo di Troia, con le mentite spoglie di un telefono ha traghettato in casa molti pericoli: l’accesso facile a internet e ogni altra forma di stupefacente contatto scritto, verbale e visivo, in tempo reale, h 24 con amici e sedicenti tali. E’ un nemico subdolo che ha diffuso fra i giovani (e non solo) dipendenza alla stato puro. Isolamento dall’ambiente circostante, vanità ed esaltazione dell’ego, anonimato o falsità di rapporti, disponibilità e presenza in tutto e per tutti: sono solo alcune delle ferite di guerra che riportano i ragazzi.
Basta osservare per pochi minuti un adolescente per rendersi conto che lo smartphone è una protesi del suo corpo. Se lo porta dietro ovunque. Lo stringe nel palmo della mano, lo guarda, lo rimette in tasca, lo ritira fuori. Non resite più di tre minuti senza guardarlo e toccarlo. Mentre gli parli continua a strofinare l’indice sullo schermo. Potrebbe continuare a smanettare ore e ore in qualsiasi posizione, immobile ad eccezione di qualche smorfia nel volto che riflette ciò che sta leggendo o scrivendo. Con questo vede i film, ascolta la musica, scatta foto. Persino negli eventi più belli è un disturbatore perché il pensiero non è godersi il momento ma immortalarlo per condividerlo.
Ma davvero tocca fagglielo ??? E una volta fatto come riuscire a farne fare un uso moderato e a limitarne gli effetti negativi?

La casa, una “custodia” speciale

Dobbiamo essere custodi gli uni degli altri. Le parole di Papa Francesco sono state pronunciate già da qualche giorno ma ancora mi risuonano  nella mente e continuano a solleticare il mio cuore. Cosa vogliono dire quelle parole per me? Cosa vogliono dire a me?

20111026-233741.jpgCustodire vuol dire proteggere e amministrare bene i doni ricevuti.  Dalla donna delle pulizie alla vicina di casa, ogni persona che in qualsiasi circostanza della mia vita  è posta o semplicemente mi passa accanto è un dono di Dio da riconoscere e custodire come tale .

Marito, figli, genitori, fratelli e amici sono “regali” del tutto speciali sui quali ho un personale e particolare mandato divino di “godimento” ma anche di affidamento e presa in carico, un mandato d’amore di cui solo io posso essere custode unica ed esclusiva, nessun altro può farlo al posto mio.

La parola custodire evoca al pensiero vigilanza, protezione, assunzione di cura. C’è un luogo dove più di ogni altro la manifestazione della custodia si fa materia e l’amore prende forma: è la casa. Lì, in modo singolare, si può esercitare quel prendersi cura in una pienezza che non conosce limiti perché può  attraverso la presenza e lo spirito di servizio, riempiere il cuore del marito, dei figli, degli amici, dei parenti fino alla misura colma del “mai” perché tale è l’ampiezza della capienza dell’amore umano: inesauribile, inestinguibile.

In casa possiamo vigilare e proteggere, ma anche accogliere e servire esprimendo il nostro esserci con mille gesti materiali apparentemente insignificanti che non rimangono tali se sono ricolmi d’affetto e compiuti per amore di Dio. Un lavoro umile e silenzioso che nasconde in se un enorme potere.  E mi ritornano in mente altre parole di Francesco: il potere è servire.

Del resto la parola custodia evoca al pensiero anche  qualcosa che riveste, che ricopre, un involucro che delimita nello spazio il tempo di una presenza.

La casa, per una madre di famiglia in modo particolare, non è altro che questo: uno spazio in cui si lei si fa per gli altri presenza  nel tempo; una specie di tabernacolo domestico, una “custodia” speciale nel quale permanere in modo gratuito e incondizionato – senza desiderare nulla in cambio-  per darsi tutta a tutti.

Filastrocca di Natale

20111223-185215.jpg        Venite, Venite bambini

         dai più grandi ai più piccini.

         Accostatevi al mio presepe,

          che cosa vedete?

 

Io vedo un neonato

 il Figlio di Dio che mi è stato donato.

Piccolo, debole, indifesto,

chi potrebbe dire

che per la mia vita si è speso?

 

Ma proprio per questo

si è fatto così,

 per farmi capire che la Gioia sta tutta lì,

 in questo piccolo gioiello così dolce

  così bello!

 

L’ho composta nei giorni scorsi per mio figlio, dopo aver cercato invano su internet una poesia per la sua recita natalizia. Fra stelline, babbi natale e luci magiche non avevo trovato niente, ma proprio niente che parlasse della ragione per cui festeggiamo: il Bimbo Gesù. La dedico a tutti gli amici e agli internauti che visiteranno questa pagina perchè, in fondo, abbiamo tutti bisogno di tornare ad essere un po’ bambini.  AUGURI!

Chi l’ha detto che porta fortuna?

Chi ha fatto una puzzetta?”.Io no, mamma” , “Io neppure”. Il tanfo è troppo forte: “Qui qualcuno se l’è fatta addosso”. “Di sicuro è stato lui”, “te lo giuro, non sono io”. Interrompo lo  scarica barile dei miei figli, mi volto  e incrocio il loro sguardo per un fulmineo test della verità. Sono sinceri, ma  la mia Matiz  nel frattempo è una camera a gas. Catapultiamo tutti e tre  la testa fuori dal finestrino e un sospetto si insinua nella mia  mente? “ Ragazzi controllate la suola delle vostre scarpe, forse prima di salire in macchina avete pestato qualcosa!”. “Oh, no mamma! Sono le mie scarpe” -“ Ferma, non muoverti non poggiarle!” Troppo tardi,  almeno 30 gr di escremento di cane sono spalmati sul pavimento del sedile posteriore. Mancano pochi minuti allo squillo della campanella e in apnea arriviamo a scuola. Parcheggio 100 mt prima per evitare la derisione dei compagni e cominciamo le operazioni di bonifica: struscio di scarpe per terra e raccolta di feci con tovagliolini di carta.

Risalgo in auto e mi chiedo: “Ma che diamine mangiano i cani?”  l’odore è davvero stomachevole, la moquette si è impregnata. Meno male che fa ancora caldo, così posso spalancare i quattro finestrini. Cambio i programmi della mattina e aspetto che apre il supermarket per comperare un disinfettante spray. E mentre  cerco di eliminare ogni traccia di questo spiacevole incidente non posso fare a meno di pensare all’incauto padrone di quel cane: “L’avrà lasciata lì per incuria o il suo cucciolo l’avrà fatta per strada senza che lui se ne accorgesse?”.

Evidentemente la minaccia di multa a chi lascia defecare il proprio animale per strada senza raccoglierne il prodotto non è un deterrente e, se è vero che alcuni  marciapiedi di Roma  sembrano latrine , probabilmente gli operatori ecologici nella capitale non sono sufficienti. Mi ricordo allora dell’ultima rata di tassa sui rifiuti che ho pagato: salatissima, proporzionata al numero degli abitanti nella mia casa. Allora perché non considerare anche il cane soggetto ad imposta? In fondo che la raccolga il proprietario o chi per lui sempre nel cassonetto dell’immondizia va a finire!

Almeno porterà foruna alla pubblica  finanza.

Donne e libertà: il diritto di stare a casa!

L’ingresso delle donne nel mondo del lavoro non ha portato realmente quel benessere e quella liberazione profetizzati dal femminismo radicale.

Inseguendo il mito dell’occupazione professionale  come espressione di autonomia e fuggendo dalla casa come “da un confortevole campo di concentramento” ci siamo ritrovate addosso pesanti catene, che levigano e mortificano la nostra femminilità, limitano la nostra libertà.

Le donne che per esigenze familiari sono costrette a estenuanti staffette fra casa e lavoro, sono sempre più “sull’orlo di una crisi di nervi”. Anche l’equilibrio psico-fisico di molte single in carriera, che hanno rinunciato ad avere una famiglia o ne posticipano la formazione, sembra che lasci molto a desiderare.

Non è questa la sede per una requisitoria su un certo tipo di femminismo.  Certo è che c’è ancora da rimboccarsi le maniche anche nei paesi democratici più avanzati per conquistare la vera libertà:   quella di poter scegliere di occuparsi dei propri figli, anche se solo per un periodo, senza essere per questo dover rinunciare ad un lavoro o essere penalizzata sul campo professionale. Di fatto oggi siamo obbligate a fare delle scelte ma non possiamo scegliere liberamente.

Quello che desidero ti rimanga dentro dopo aver letto queste pagine, oltre a qualche rimedio utile a rendere la tua vita un po’ più semplice, è che tua abbia non solo nella testa ma soprattutto nel cuore la tua casa.

E’ fra le pareti di un’abitazione che si è giocata e si gioca ancora la partita della tua vita. Nel seno di una famiglia sei cresciuta, sei stata educata, hai vissuto la tua infanzia e i turbinii della tua adolescenza.

Lì stavi con le persone più care, quelle che hanno segnato per sempre il tuo modo di essere e di affrontare la vita, di relazionarti con gli altri. Lì ti sei sentita accolta, ascoltata, protetta o rifiutata ed incompresa.

Adesso il testimone è passato a te: sei tu che devi dare vita alle pareti della tua casa e  fare in modo che da esse trasudi accoglienza, ascolto, comprensione, che in esse ci sia allegria e riposo per i tuoi e per te stessa.

Sei tu l’anima della tua casa.

Nessuno può sostituirti in questa mission, perché in quanto donna tu stessa sei casa. Il tuo ventre è stato o è una potenziale casa di carne. Non per niente casa in greco è Oikia cioè grembo di pietra. Tu, più dell’uomo, sai cosa vuol dire essere e fare della casa il luogo dolce nel quale non si vede l’ora di far ritorno.

Malgrado la fatica, le difficoltà di una vita al femminine molto complicata, se impieghi i mezzi giusti la tua dimora può essere  quel castello delle meraviglie che da quando eri ragazzina avevi sempre sognato. Dietro quelle mura, dentro le quali  a volte ti senti costretta come in un carcere, si nasconde veramente l’incanto di una favola.

Cerca di intuire e liberare la magica bellezza racchiusa in ogni faccenda domestica, in quei gesti apparentemente monotoni, ripetitivi. Scopri e rivaluta un mestiere che non è mai stato considerato tale ma che se ci pensi bene, è il Mestiere che informa di sè tutto ciò che ci circonda.

Non si tratta di tornare tutte a fare le casalinghe. Noi donne non soltanto non siamo uguali agli uomini, ma siamo diverse anche fra di noi. Al di là della potenziale maternità che è essenza naturale per tutte, non esiste la donna, ma le donne.

Ogni donna è diversa da un’altra; ogni donna ha e deve seguire  la sua strada nel campo della realizzazione personale e professionale; ogni donna ha impressa nell’anima la propria mappa del tesoro e deve trovare all’interno di sé le coordinate che non sono uguali per tutte, ma strettamente personali.

La casa è la via maestra e da questa prendono origine e si diramano per il giusto cammino tutti i sentieri.

Ognuna deve nel fondo del suo cuore far emergere e coltivare  quell’ essere casalinga, che non vuol dire occuparsi della casa a tempo pieno, ma prenderne sul serio in mano le redini, gestirla in modo imprenditoriale, con  le stesse tecniche e capacità  manageriali con le quali si dirige un’ impresa, un negozio o qualsiasi altro affare; con la stesso impegno professionale con il quale si svolge un lavoro anche se in buona parte è fatto di deleghe.

Vuol dire essere casa, con mille dettagli di affetto e di accoglienza, ma soprattutto con molta presenza.

L’ultima battaglia

L’errore di fondo del femminismo radicale, quello che purtroppo ha marchiato con un inchiostro quasi indelebile la vita di molte donne, è stato quello di ritenere la maternità  – e il lavoro domestico

ad essa strettamente correlato – qualcosa di svilente che ostacolava la realizzazione personale della  donna.

I figli e la casa sono stati additati come nocivi effetti collaterali della propria femminilità, qualcosa da evitare e di cui liberarsi per essere indipendenti e veramente felici.

Il ragionamento è stato il seguente: l’uomo ha sempre voluto imporre la sua presunta superiorità sulla donna difendendo il suo ruolo esclusivo nell’ambito del lavoro.  Rilegata in casa a svolgere le umili mansioni domestiche e al forzato ruolo materno impostole dalla sua stessa natura, la donna è sempre più economicamente dipendente dall’uomo e svilita nelle sue potenzialità.

Perciò se la casa è opprimente, l’uomo ci schiavizza e la maternità limita i nostri desideri di auto-realizzazione, il lavoro e la contraccezione ci libereranno da queste catene.

E allora: tutte fuori  a cercare un’assunzione, uno stipendio sicuro … insomma un qualcosa che non sia fare la moglie e la mamma a tempo pieno e, dulcis in fundo,  “l’utero è mio e lo gestisco io”.

Ma l’ingresso incondizionato nel mondo del lavoro e la pillola sono stati davvero la panacea per l’emancipazione femminile?

Non bisognava piuttosto promuovere l’accesso a tutti i mestieri secondo un criterio di vera uguaglianza che, tenendo conto anche della giustizia, avrebbe dovuto trattare in modo differente ciò che è diverso (la donna dall’uomo) e garantire realmente delle pari opportunità?

Non occorreva forse andare a fondo e capire perché in casa e con una famiglia si soffocava cercando di proporre rimedi e soluzioni invece di rinnegare e stravolgere l’essenza della propria natura femminile?

Se bastava uscire di casa e avere un lavoro per essere libere, come mai oggi la nostra vita è ancora più complessa, e molte donne si sentono si sentono legate e “strette” sia a casa che in ufficio? Perché alcune rinunciano ad una realizzazione professione per la propria famiglia e per veder crescere i propri figli?

Libertà vuol dire assenza di costrizioni e condizionamenti; pensare ed agire in autonomia; non avere vincoli ed impedimenti.

Secondo questa definizione, se analizziamo le condizioni di vita di una donna moderna dopo decenni di rivendicazioni femministe, dobbiamo ammettere che non siamo ancora realmente libere.

Le nostre scelte spesso sono imposte o sono il frutto di pesanti condizionamenti.

Pensa alle donne che per necessità economica devono parcheggiare in un asilo nido i figli in tenera età  oppure sono costrette a lasciarli in casa con un estranea o con una nonna che ha diritto a godersi la sua vecchiaia e i suoi nipotini nei modi e nei tempi opportuni; pensa a quelle che per gli stessi motivi rinunciano ad avere dei figli e a quelle che al contrario sono costrette a rimanere a casa perché il mondo del lavoro le rinnega in quanto madri.

La vera libertà sta nell’avere la possibilità di scegliere e scegliere il meglio per se stessi e per gli altri.

Difficilmente poi noi donne oggi pensiamo ed agiamo in piena autonomia. Le nostre decisioni riguardo al lavoro e alla famiglia subiscono l’influsso di pesanti condizionamenti economici, politici e culturali. Forzature più o meno marcate che sono giunte persino a sbiadire la verità su chi siamo realmente.

Se non si ha una piena coscienza di ciò che caratterizza la propria essenza e non si è consapevoli che se questa viene intaccata o negata la strada della felicità diventa impraticabile, la capacità di decidere in piena libertà viene ulteriormente limitata perché manca la conoscenza degli elementi fondamentali  per valutare cosa è bene per se stessi.

Rinnegando la maternità come sua essenza naturale, quel suo poter essere casa per qualcuno e perciò quella sua maniera unica di saper “fare casa”, la donna ha rinnegato se stessa.

Il processo di svalutazione della propria femminilità ha portato ad un fenomeno che va al di là del semplice voler indossare i pantaloni e comporta crisi di identità non soltanto per lei, ma anche per l’uomo con gravissime ripercussioni a livello sociale.

Di fatto molte pioniere del femminismo radicale hanno inserito la retromarcia e lanciano contrordini. L’ultima è l’inglese Rosy Boycott, che se negli anni settanta dal suo magazine femminista tuonava contro le donne che passavano il tempo davanti ai fornelli, di recente ci ha ripensato e su Guardian si chiede se il prezzo pagato dal post femminismo non sia troppo alto  ammettendo: “ Per il nostro modo di pensare cucinare era da e per persone frivole e pericoloso politicamente. Ma ci sbagliavamo.”

L’ultima battaglia per un’autentica liberazione femminile sarà quella silenziosa che ogni donna alla ricerca della serenità perduta e di un equilibrio interiore combatterà dentro di sé e contro se stessa.

Una lotta personale per il recupero dell’identità sbiadita, per la conquista della libertà dai ogni genere di condizionamento riscoprendo il valore incommensurabile della cura della casa come amore per i suoi cari e per sé stessa.

Punterà allora a ritagliare qualche ora in più da trascorrere in casa e con i suoi. Cercherà di difendere questa “presenza” con le unghie e con i denti facendo sentire forte la sua voce sulle piazze, nei palazzi e sui microfoni che contano; riprenderà in mano le redini della propria vita cominciando dall’impugnare e tenere salde quelle della gestione della propria casa perché ha recuperato a livello personale – in attesa che ciò sia fatto anche su quello politico e sociale – il senso e il valore del lavoro domestico e di quello procreativo ed educativo.

La vittoria autentica per ogni donna sarà quella di capire che a partire dalla casa  – e quindi nella dimensione familiare – si ritrovano le tessere della sua realizzazione, quelle che consentono di comporre il puzzle variegato della sua esistenza e senza le quali ogni incastro è forzato, ogni immagine distorta.

Tu lo hai già capito da tempo, non è vero? E’ lì, dentro quelle quattro mura che affondano le radici della vera gioia, se le annaffi sacrificando – ma solo in apparenza te lo assicuro – piccole gocce di te, crescerà il tuo Castello incantato, la dimora della felicità di tutta la tua vita.

(tratto da Casalinga in Carriera di Elisa Tumbiolo, Edizione Ares)

 

Ricetta da non perdere!!!

Non sono un’amante dei dolci ma sabato  ho avuto modo di assaggiare una vera delizia. Ho chiesto la ricetta eccola:

Ricetta della crostata al limone e della pasta frolla!

Ingredienti della crema al limone:50gr di fecola di patate, 200 gr di zucchero semolato, 1/2 litro di acqua fredda, succo di 2 limoni, 1 uovo intero. Procedimento: in una pentola alta (come un bollilatte) mettere l’uovo e lo zucchero e sbattere bene, unire la fecola e amalgamare, aggiungere il succo dei 2 limoni e dopo aver incorporato bene, versarci l’acqua. Mettere la pentola sul fuoco e con un cucchiaio in legno mescolare fino a quando il composto non diventa una gelatina cremosa. Lasciar raffreddare il tempo necessario per preparare la pasta frolla.  Ingredienti: 2 uova intere, 400 gr di farina”00″, 200 gr di zucchero semolato, 150 gr di burro e scorza grattugiata di 1 limone o vaniglia a seconda del ripieno da usare. Procedimento: mettere a fontana la farina, aggiungere lo zucchero, le uova, la scorza di limone e il burro (che per praticità io sciolgo in un pentolino), amalgamare il tutto e stendere in 2 sfoglie.  Porne una in una teglia e farcire con la crema, stendere sopra l’altra e  mettere in forno già caldo a 160° per 20 minuti o fino a quando non diventa di un bel colore ambrato!

Provare per credere!!!

Concordia, un reality a cielo aperto. Da giorni ho spento la tv

foto di Mara Celani

Ho seguito con interesse e apprensione le notizie che, dopo il tragico naufragio, arrivavano dall’isola del Giglio. Come non pensare ai dispersi che potevano essere rimasti intrappolati in quella nave adagiata su un fianco e non sperare di ritrovarli ancora vivi? Come non immaginare i momenti drammatici e di disperazione vissuti da quelle migliaia di persone nel tentativo disperato di mettersi in salvo?

Da qualche giorno però ho spento la Tv.  L’informazione si è trasformata in talk show da intrattenimento, la notizia in gossip.  Gli studi televisivi sono diventati tribunali militari in cui ogni personaggio coinvolto nella faccenda è processato in diretta. O forse sono più simili a tribunali ecclesiastici ora dediti all’Inquisizione in una fantomatica caccia alle streghe ora a processi di canonizzazione pronti ad elevare sugli altari chiunque avesse fatto il proprio dovere o un atto di generosità.

Non mi piace questa televisione in cui ciascuno si erge a giudice dell’altro. Il singolo può giudicare tutti e tutti possono sottoporlo a giudizio. E’ la logica perversa di certe trasmissioni  dove chiunque fra il pubblico può sancire ciò che è bene e ciò che è male in base a criteri di valutazione del tutto soggettivi; è la solleticante curiosità dei reality dove ogni comportamento è scannerizzato, ogni sentimento vivisezionato e sottoposto alla lente di ingrandimento perché lo spettatore possa posarvi il proprio occhio e vedere l’immagine che vuole. Le analisi sono diverse, tante quanti sono i soggetti coinvolti e ciascuno presenta la sua opinione come oracolo, stralci di Bibbia sui quali è disposto a giurare. Chi non li condivide è anatema, chi la pensa diversamente è nemico da combattere e allora ecco accendersi il conflitto, la dialettica offensiva, l’invettiva demonizzante e con essi l’audience.

Ho spento la tv perché la Concordia (ironia del nome) è diventata un reality a cielo aperto.

Certo, è ovvio che se ci sia stato un errore le responsabilità vanno ricercate innanzi tutto in chi aveva il compito di guidare con perizia quella nave e non l’ha fatto, in chi avrebbe dovuto comunicare in tempo il pericolo e dare relative istruzioni ed invece ha tergiversato. Ma una volta detto questo che altro resta da aggiungere?

Da quasi due settimane non si fa altro che ripetere le stesse cose. Ore e ore di chiacchiere, di minuziose ricostruzioni, arricchite da nuove rivelazioni trapelate dalle indagini  per arrivare sempre  alle stesse conclusioni.  A che giova una simile informazione?  E’ come gettare fango su una pozzanghera per dimostrare alla gente quanto è zozza quando invece  l’unica cosa da fare è lasciar lavorare investigatori e magistratura perché dentro a tanta oscurità possano far chiarezza e solo allora mostrare a tutti la verità tutta intera.

Da subito conduttori, ospiti in studio, gente comune hanno puntato  il dito contro il capitano della nave e quando questo tiro a segno è diventato così banale da assomigliare a quello di certe pistole da bambini con il proiettile a ventosa allora giù a dare addosso ad ufficiali codardi e personale di bordo maldestri facendo di tutta l’erba un fascio dimenticando che sono naufraghi anch’essi. E’ vero: puntare i riflettori sul male fa aumentare gli ascolti e l’accendersi della discordia ancora di più. Ma siamo poi così sicuri che il bene, l’informazione pulita e persino il silenzio in certi casi non potrebbe riscuotere un successo superiore?

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